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40MILA ANCHE PER LUI: ERALDO MANCIN

La storia del Pescara non è fatta solo dai nomi altisonanti degli Junior, dei Borgonovo, degli Zeman e dei Verratti, ma anche da quelli di campioni “a fari spenti”, uomini che hanno dato tanto, con impegno e serietà, ma che spesso non vengono ricordati come meritano.

Abbiamo approfittato della cortesia di una nostra “amica social”, Federica,  per parlare di uno di questi uomini, suo padre, che ha vestito con onore i nostri colori nel periodo d’oro delle prime promozioni in serie A…

I 40mila erano anche per lui: Eraldo Mancin.

Federica, tuo padre ti disse come iniziò la sua carriera di calciatore?
Si dedicò al calcio fin da giovanissimo, giocando nelle squadre della sua zona, il delta del Po, e si mise in luce nella formazione del Contarina, con la quale – contro ogni pronostico – vinse il campionato di promozione 61/62. Mi piace ricordare che nel Contarina falsificarono il cartellino per farlo giocare in prima squadra, in quanto ancora minorenne. Grazie al vecchio presidente del Polesine Camerini, effettuò provini con la Spal, la Sampdoria e la Reggiana, ma fu il Venezia ad assicurarselo per il campionato 1962/63. Partito con la formazione primavera, bruciò le tappe e già nella sua prima stagione con la società lagunare debuttò come titolare in serie B.

I familiari erano d’accordo che si dedicasse al calcio oppure avevano altri progetti per lui?
Mio padre era nato a Polesine Camerini (comune di Porto Tolle),  in un ambiente molto povero e umile. Fu cresciuto dalla mamma Clarice, mondina nelle risaie, e dal nonno, a cui era molto affezionato. Nessuno ostacolò la sua volontà di intraprendere la strada del calcio: era ciò che amava fare e seguì il suo istinto e il suo cuore,

Cosa ricordi dei 4 anni a Pescara, nella seconda metà degli anni 70? Quale fu l’impatto per la famiglia? Ricordi se tuo padre fosse contento sin dall’inizio, dato che si trattava pur sempre di scendere in serie B per uno che era stato due volte campione d’Italia?
Papà era rimasto a Cagliari per più di sei anni, fino alla preparazione della stagione 1975/76, quando ebbe un infortunio al piede e

accettò il trasferimento al Pescara di Rosati,

che inizialmente visse malvolentieri.

Successivamente, però, trovò un ambiente veramente prezioso, stupendo, da parte di tutti: dalla società, dai calciatori, dagli amici stessi coi quali tuttora ci sentiamo.

Io stessa torno ogni tanto a Pescara e ce l’ho ancora nel cuore. Insomma, papà era partito da Cagliari molto dispiaciuto, ma poi l’ambiente stesso e tutto ciò che circondava la società ha fatto in modo che non ci arrendessimo da subito e sono stati quattro anni meravigliosi. Pescara, poi, è una città veramente molto bella, assomiglia un po’ al nostro Veneto, con il mare e la montagna, e vi abbiamo trascorso veramente un bel periodo, per me anche importante, dato che ero adolescente e ho frequentato lì la scuola secondaria. Ho un ricordo prezioso di quegli anni. Ed anche mio padre, tant’è che dopo quattro anni, avendo deciso di terminare la carriera, aveva un accordo di massima con la società per rimanere nei quadri con altri ruoli. Senonché, ricordo che in estate, mentre eravamo in vacanza nella nostra casa in montagna, abbiamo appreso che la società era cambiata… Di conseguenza, questo sogno che aveva mio padre è svanito. Insomma: avevamo intenzione di rimanere a vivere lì, a Pescara, pur avendo tutti i parenti a Venezia, tanto ci eravamo trovati bene. Saltato l’accordo, decidemmo quindi di tornare in zona, dove mio padre aveva fatto costruire una casa: in definitiva, da Cagliari, l’intenzione sarebbe stata comunque quella di tornare in Veneto; a Pescara invece, ci saremmo volentieri stabiliti.

Tuo padre visse con il Pescara due esaltanti promozioni: ricordi le sue sensazioni e in generale l’atmosfera che si viveva in famiglia e in città per quelle annate rimaste nella storia cittadina?
Delle due promozioni vissute con i biancazzurri ricordo l’entusiasmo della gente, l’entusiasmo di tutti, di mio padre in primis: a Pescara per le promozioni, così come a Firenze e Cagliari per gli scudetti.

Sono momenti che uno non dimentica più.

Però mio padre non trasmetteva molto: era abbastanza chiuso ed introverso e quindi piuttosto misurato nelle manifestazioni dei sentimenti. Ma eravamo tutti felici, anche se non posso ricordare molto di più: ero ancora piuttosto piccola.

Da sinistra: Mancin, Piloni e Orazi

Ti ricordi con quali compagni di squadra aveva legato di più? E’ rimasta qualche amicizia duratura al di là del campo da calcio, qualcuno con cui è rimasto in contatto?
Tra i compagni di squadra del Pescara, stringemmo una grande amicizia con Oriano Grop: abitavamo nello stesso stabile a Montesilvano e ci si frequentava assiduamente. Ma papà era in generale amico di tutti.

Ricordo che talvolta i suoi compagni single venivano a mangiare a casa nostra: fra questi mi ricordo in particolare Giorgio Repetto.

Mancin, al centro, con Repetto e Mosti

Chi stimava tra i compagni e gli allenatori del suo tempo?
Fra i giocatori del suo periodo stimava tantissimo – per ovvi motivi – Gigi Riva, il quale, in occasione di una imprevedibile tripletta di papà – di ruolo terzino – contro il Verona, si tolse scherzando la maglietta per dirgli di giocare al posto suo. Ma altrettanto stimava Picchio De Sisti, Rivera, Amarildo (che era diventato un suo grande amico a Firenze), Mazzola e Oscar Damiani, al quale – quando lo affrontava in gara – cercava di stare addosso anche psicologicamente per renderlo meno pericoloso. Stimava molto anche i suoi compagni che avevano giocato con lui nella difesa della Fiorentina: Rogora, Superchi, Brizi, coi quali aveva anche stretto amicizia personale.

Lo hai mai sentito parlare di rimpianti per qualcosa che avrebbe potuto fare/ottenere in carriera e non è riuscito, delusioni per qualcosa?
Nella stagione 1966/67, sfumato l’ingaggio alla Roma per questioni di budget della società capitolina, firmò per la Fiorentina dell’allenatore Chiappella e del Presidente Baglini. Dopo un primo campionato di vertice, l’anno successivo, 1968/69 i viola, con l’apporto di mio padre che giocò da titolare 29 partite, si laurearono campioni d’Italia. Fu proprio al termine di quella fortunata stagione che papà commise una ingenuità che restò un suo rimpianto per gli anni a venire, anche se quest’episodio si rivelò col senno di poi foriero di ulteriori soddisfazioni: in una intervista, dichiarò che la squadra era stata allestita e resa vincente da Chiappella e non da Pesaola (il primo era stato sostituito dal secondo a campionato in corso), e questa esternazione lo tagliò fuori dall’ambiente della Fiorentina. Di lì a breve apprese – non direttamente dalla società ma da una trasmissione televisiva – di essere stato ceduto al Cagliari. Fu un colpo molto grande per lui e per mia madre, perché avevano vissuto a Firenze probabilmente gli anni più belli della sua carriera: ne fu talmente amareggiato che al termine del primo anno a Cagliari, malgrado avesse vinto lo scudetto, chiese all’allenatore Manlio Scopigno di essere ceduto. Lo stesso invece gli rispose che doveva restare e che avrebbe preso il posto di Giulio Zignoli allora in prestito dal Milan. Si lasciò convincere e rimase al Cagliari per sei stagioni, ambientandosi e trovandosi benissimo. Insomma, rimpianto sì per aver rilasciato quella dichiarazione; però la stessa si è poi rivelata un bene per lui, portandolo ad essere uno dei pochissimi giocatori ad aver vinto due scudetti consecutivamente con squadre diverse.

Che tempi erano? Si viveva bene con il reddito da calciatori professionisti?
Quelli di mio padre erano tempi completamente diversi, tempi che tutti quelli che li hanno vissuti, coi quali ci si vede e ci si sente ancora, rimpiangono. Non esistevano gli sponsor, che provvedono una parte rilevante degli introiti di un calciatore, e quindi il guadagno era unicamente quello passato dalla società. Erano tempi in cui prevaleva il senso dello sport, mentre adesso questo rileva molto meno. I calciatori di oggi, rispetto al passato, badano di più al lucro e di meno all’aspetto agonistico. All’epoca erano tutti più genuini: il contesto e lo stile di vita erano più umili rispetto ad oggi.

Come è stata la sua vita dopo aver abbandonato l’attività di calciatore?
Lasciato il calcio giocato, mio padre intraprese la carriera di allenatore, ma preferì non allontanarsi più dalle sue zone: guidò quindi diverse squadre venete delle categorie minori, tra cui il Belluno, il Rovigo, la Miranese. Dai suoi giocatori mio padre è stato molto amato e molto apprezzato, tant’è che al suo funerale erano presenti davvero in tanti. Parallelamente alla carriera di allenatore, aveva rilevato a Mestre una attività di torrefazione-bar con mia madre, dove i due hanno lavorato per diversi anni… e questo per far intendere che i calciatori dell’epoca non avevano chissà quali privilegi. Papà che è stato due volte campione d’Italia, e che ha giocato nell’Under 21 di Herrera e Valcareggi, con compagni di squadra quali Zoff, non ha avuto problemi a lavorare come una persona qualsiasi. Nel suo bar aveva delle foto di lui in attività: i clienti spesso gli domandavano se fosse lui il Mancin campione d’Italia e lui rispondeva di essere il fratello… questo era il suo carattere e la sua riservatezza. A differenza di tanti calciatori, che amano far vedere anche ciò che non sono stati, mio padre è rimasto sempre umile: è una cosa bella e non è da tutti.

In generale, come racconteresti la vita della figlia di un calciatore professionista?
Sono stata molto fortunata: per me è stato un privilegio essere figlia di Eraldo Mancin. Non solo come sportivo, ma soprattutto come uomo. Mi ha dato molto e ne sono molto orgogliosa. E’ sempre una grande soddisfazione e un grande onore essere portavoce di mio padre in occasione di commemorazioni, onorificenze, anniversari insieme a mio fratello Antonio. Recentemente, in occasione delle celebrazioni a Firenze del cinquantenario dello scudetto, ero in campo e in tribuna d’onore in rappresentanza di papà. Calcare il campo dove lui aveva giocato mi ha regalato emozioni indescrivibili, che spero di rivivere anche quest’anno a Cagliari, dove pure presenzierò in sua vece per una analoga cerimonia.

 

Eraldo Mancin (1945-2016) esordì in serie A nelle file del Venezia nel campionato 1966/’67. Oltre a quella della squadra lagunare, vestì le maglie del Verona, della Fiorentina e del Cagliari. Con le ultime due si laureò campione d’Italia rispettivamente nelle stagioni 1968/’69  e ’69/’70.
Approdato al Pescara, collezionò 74 presenze in quattro campionati, tra il 1975 e il 1979, contribuendo alle storiche promozioni in Serie A delle formazioni di Cadè ed Angelillo.
Pur rimanendo in panchina quel giorno, era tra i quattordici biancazzurri che calcarono il terreno del Comunale di Bologna, il 3 luglio 1977.

40mila.it

 

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21 Comments

  1. lapa ha detto:

    Ottima questa cosa di andare a scavare nella memoria….uomini prima di calciatori non i mammocci di adesso tatuati e analfabeti
    Comunque che darei per avere una maglietta come quella bianca coi cordoncini al collo della prima foto : spettacolosa !

  2. pescarese1976 ha detto:

    Grazie 40mila.it, siete una squadra fortissimo e grazie alla Sig.ra Mancin. LU SOARAGNI’ tu sto cos ni li pu capì, il cuore è più importante di la saccocc

  3. draculone ha detto:

    A me piacciono tutte e due le divise dell’epoca, no le maglie gialle e via dicendo

  4. Max1967 ha detto:

    Un ricordo che mi è rimasto impresso nella mente è quello della festa a piazza salotto con tutti i giocstori sul palco…e lo speaker che elencando la formazione disse “Piloni la saracinesca umana” laugh

  5. nemicissim0 ha detto:

    Se uno mi chiedesse chi ricordo di quel mitico periodo, la litania Piloni-Motta-Mosti-Zucchini ecc. è la prima che mi viene in mente. Ma quando ho letto il nome di Eraldo Mancin mi sono scattati tanti flashback: certo, mi ricordo anche di lui! cry

  6. biancazzurri ha detto:

    Lu temp quann ………. le promozioni erano vissute con entusiasmo della gente, l’entusiasmo di tutti….. Oggi ci sta lu terrore . n atra serie a ngh cullù ji ne le regg’

  7. Si Tuscia concordo , anche per me ha un fascino particolare

  8. Si è vero anche Piloni , cmq veramente bello sentire i racconti e le storie del Pescara di un tempo , mi ha anche fatto molto piacere sentire che la famiglia Mancin voleva stabilirsi a Pescara , anzi ho letto che abitavano a Montesilvano , da Montesilvanese Doc devo dire che prima Montesilvano era veramente carina e si stava benissimo , adesso purtroppo non la riconosco più .

  9. tusciabruzzese ha detto:

    La maglia della prima serie A, quella blu scura con le righine bianche verticali sulla sinistra del petto, è per me la più bella di sempre. Chissà, forse per questioni sentimentali …
    heart

  10. johnny blade ha detto:

    Fregno Piloni. Che marcantonio!

  11. Cast_biancazzurro ha detto:

    Cillon ok Mosti ma Piloni??? Ne vogliamo parlare….come fisico è due portieri di oggi in uno laugh good

  12. Cast_biancazzurro ha detto:

    Bellissimo articolo, grazie a 40mila per queste interviste che ci fanno rivivere dei magici momenti a noi più “anziani” ed ai più giovani fanno conoscere la storia del Pescara. Oh ma non si può fare una petizione affinchè in ogni scuola di ogni ordine e grado della provincia di Pescara almeno due ora a settimana siano riservate alla storia del Pescara calcio??? Naturalmente si salta gli anni della presidenza di cullù, altrimenti si fà solo danni…..da decidere chi saranno i professori di codesta materia laugh

  13. Repoman ha detto:

    Quanda si struscevn, li pil facevn a cazzott rofl

  14. vitabiancazzurra ha detto:

    Uguale uguale ai tatuati montatelli professionisti? di oggi….

  15. Mosti nu sant’andonij

  16. johnny blade ha detto:

    MADONNA MIA CHE BELLE LE MAGLIE IN QUESTE FOTO !!!!!

  17. Cmq molto bella l’intervista , sincera e genuina .
    Concordo con la signora Mancin , oggi i calciatori sono tutti una massa di montati

  18. tusciabruzzese ha detto:

    Ricordi commoventi, leggendo da chi vengono. Complimenti! La riscoperta di un grande, forse dimenticato da troppi qui a Pescara. E’ proprio vero che noi che abbiamo fatto parte dei 40mila abbiamo tifato per anni anche per lui, che veniva da grandi squadre scudettate
    hi

  19. Pescara ti prego , risparmiaci

  20. pescara ha detto:

    Storia affascinante e belle foto. Complimenti alla figlia per questi ricordi. Tutti i padri vorrebbero avere dei figli che li ricordano così. E in più pensavo che da allora ci sono stati solo altri due momenti con almeno 2 serie A: quelle con Galeone7Scibilia e quelle con Sebastiani. Questo conferma che Sebastiani passerà alla storia.