RIVOLTA PER PESCARA CAPOLUOGO (1/2): il seme del tifo “ultras” a Pescara
25/08/2023
SEBASTIANI… e i biglietti omaggio
29/08/2023

Martedì, 9 Giugno 1970 – 
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(…) Le prime Elezioni Regionali sono fissate per il 7 e 8 giugno 1970.
In Abruzzo, i risultati dicono che:
– la DC conquista il 48,25%;
– segue il PCI con il 22,80%;
– più distaccato il PSI con l’8,96%;
– e quindi il MSI con il 5,76%;
Presidente del Consiglio Regionale viene eletto Emilio Mattucci, nativo di Atri e (ovviamente) appoggiato da gran parte degli elettori “adriatici”.
Nascono i primi malumori a L’Aquila, dove Mattucci viene immediatamente “inquadrato” come esponente e sponsor dell’Abruzzo costiero, il cui dualismo con l’Abruzzo montano si sta ampliando sempre più ad ogni mese che passa.
Il primo compito del Consiglio neoeletto è la redazione e l’approvazione dello Statuto, in cui deve essere obbligatoriamente indicato il Capoluogo di Regione.
Visti i risultati elettorali (peraltro nel pieno rispetto delle previsioni), è evidente che la decisione uscirà dall’accordo tra DC e PCI, che hanno rispettivamente 20 e 10 seggi su un totale di 40.

Sabato, 20 giugno 1970
Sono i giorni in cui imperversa e spopola il “Mundial di Mexico ‘70”.
La Nazionale azzurra si sta comportando molto bene, forse al di là delle aspettative, e le clamorose vittorie con i padroni di casa del Messico (4-1, giocata il 14 giugno) e con la Germania (storico 4-3, giocata il 17 giugno) sono seguite da festosissimi caroselli di auto in tutta Italia, ma che a Pescara diventano occasione per trasformarli in manifestazioni politiche altrettanto “calorose” riguardanti la nascente Regione Abruzzo, ovvero la decisione per il Capoluogo.
Seguono giorni di “relativa” calma apparente, dovuta soprattutto alla spasmodica attesa per Italia-Brasile, la finalissima del Mondiale in calendario domani.
Nel frattempo, però, il nuovo Consiglio Regionale è ben lungi dal formarsi, insediarsi ed essere pienamente operativo, perciò il Governo centrale nomina un commissario governativo, e la scelta ricade su Luigi Petriccione, cioè il Prefetto di L’Aquila.
In realtà, non è una sorpresa, perché si sa che in casi del genere viene nominato il Prefetto del capoluogo geografico, ma a Pescara si entra subito in forte “clima elettrico” perché, con questa nomina, sembra evidente che il Governo centrale voglia appoggiare la causa aquilana.
Il fondato sospetto viene ulteriormente rafforzato dal grido di protesta che si leva non solo dagli esponenti politici di tutta la Provincia pescarese, ma anche dall’intera fascia costiera, e che s’impernia su una semplicissima ma “bollente” domanda: “Perché in Abruzzo si nomina un Prefetto come Commissario, ben sapendo che sarebbe in ogni caso aquilano (anche se nativo di Napoli), mentre in Calabria, per un caso assolutamente uguale, hanno mandato un Consigliere di Stato”?
Domanda che, pur ribadita più volte con forza, resta (ovviamente) senza risposta.
Crescono i timori, o forse lo stato di allarme, perché se domani l’Italia vince il Mondiale ne potrebbe conseguire un caos “politico-calcistico” impossibile da definire.
La nomina del dott. Petriccione è comunque abbastanza per indire uno sciopero generale, che viene preceduto dalla pubblicazione di un documento infuocato a firma del Sindaco di Pescara (Giuseppe Zugaro De Matteis), del Sindaco di Chieti (Fulvio Di Bernardo) e dei due presidenti delle Provincie di Pescara e Chieti. Di fatti, e non senza sorpresa, Chieti Comune e Chieti Provincia si schierano completamente dalla parte di Pescara, assicurando ufficialmente: “Siamo con voi. Faremo fronte unico”.
Considerando l’acceso campanilismo, esistente a ogni livello tra le due città, questa improvvisa sinergia ha davvero dell’incredibile.
In particolare, nel documento si legge: “Nessuno ha mai contestato a L’Aquila il diritto di porre la candidatura a capoluogo di Regione, ma per esercitare questi diritti deve assoggettarsi alle regole del gioco democratico, perché ormai sono finiti i tempi in cui manovre e intrighi potevano prosperare in danno della stragrande maggioranza degli abruzzesi”.
Come dire: A buon intenditor …

Giovedì, 25 giugno 1970
L’Italia ha perso (4-1) la finalissima mondiale con il Brasile di Pelè e ora la forte delusione per questo epilogo, unito alla rabbiosa contestazione verso Valcareggi (per il caso “Mazzola-Rivera”), va ad aggiungersi alla “elettricità” per la questione del Capoluogo.
Una “elettricità” che caratterizza da cima a fondo il più imponente sciopero generale mai organizzato a Pescara, ancor prima che la fiumana dei partecipanti parta da piazza Italia, per concludersi (come da programma) in piazza Salotto con un “affollato” comizio finale previsto per le ore 20.
In prima fila del corteo ci sono Giustino De Cecco (neo eletto al Consiglio regionale) al fianco del Sindaco che, addirittura, si presenta e sfila sottobraccio all’arcivescovo monsignor Antonio Jannucci, applauditissimi e osannati come non mai.
Purtroppo, questa doppia e fraterna presenza non serve a placare gli animi, come invece era palesemente nelle intenzioni degli organizzatori.
Di fatti, il corteo deve ancora partire, quando in piazza Italia scoppiano tumulti che, per la verità, non era affatto difficile prevedere e da prevenire, data la presenza di Municipio, Provincia e Prefettura nel raggio di pochissimi metri. Di fatto, una sigaretta accesa in una polveriera.
In pochi minuti, piazza Italia e piazza Duca D’Aosta sono bloccate e interdette al traffico. Come se non bastasse, una cinquantina di manifestanti si staccano, vanno sul ponte “vecchio”, bloccano due bus urbani in transito (delle linee 2 e 3) e obbligano gli autisti a fare manovra per mettere i due mezzi di traverso, così da ostruire del tutto l’attraversamento del ponte.
Significa che l’intera Pescara è di fatto paralizzata … anche se quasi nessuno se ne accorge, giacché il traffico pescarese è paralizzato “di norma” tutti i santi giorni dell’anno.
Il corteo dello sciopero è ormai saltato.
Poco dopo, un altro gruppo di circa 300 dimostranti si reca alla stazione di Porta Nuova e occupa tutti i binari, con quali ripercussioni sul traffico ferroviario da e per Roma, Bari e Bologna lo si può facilmente immaginare. Arriva subito la Polizia, per operare lo sgombero, ma è tutto inutile perché non si muove nessuno. Tanto più inutile perché, nel frattempo, sono state divelte le sbarre dell’attiguo passaggio a livello (quello all’inizio della Tiburtina), per riparare il quale occorreranno diversi giorni. E senza passaggio a livello funzionante i treni non possono circolare.
Ora non solo Pescara, ma tutta l’Italia adriatica è materialmente spezzata in due.
È ormai sera, ed è convinzione comune che i “casini” siano destinati a spegnersi. Invece, accade l’esatto contrario, perché proprio ora cominciano gli incidenti più gravi, quasi tutti concentrati nell’assalto alla Prefettura che viene presa a sassate su tutti e quattro i fronti da oltre 1.000 dimostranti inferociti. Perché proprio la Prefettura? Perché è il simbolo dello “sgarbo” subìto, essendoci di mezzo la nomina di un Prefetto (aquilano).
Sono le 22,30, e l’occupazione della Prefettura è cosa fatta.
Mezz’ora più tardi, un altro gruppo si stacca, penetra all’interno del Palazzo di Città, sfonda la porta che dà l’accesso alla torre civica, sale in cima e inizia a suonare ininterrottamente il campanone fino alle tre del mattino, allo scopo di “comunicare” alla città l’avvenuta occupazione dei due Palazzi del potere, ma anche per chiamare a raccolta la popolazione nelle piazze.
Il risultato è quello più ovvio; notte in bianco per quasi tutti i pescaresi. A maggior ragione perché, più o meno in contemporanea, inizia un assordante concerto di clacson impazziti, causato sia dai manifestanti, sia dal traffico esterno in transito per Pescara che, come si sa, nelle ore notturne è costituito in gran parte dai camionisti, ovviamente del tutto ignari di cosa stia accadendo, e quindi particolarmente inca…volati per questo blocco inspiegabile. Basti dire che la coda in direzione sud arriva nei pressi dell’Aurum, e quella in direzione nord ben oltre piazza Duca degli Abruzzi … e non certo per colpa dei famigerati passaggi a livello.
A quanto pare, la “chiamata a raccolta” del campanone ha funzionato perché, per incredibile che possa sembrare, più si va verso il mattino e più la folla scesa in strada aumenta. Tutte le cronache parlano di ben oltre 5.000 persone, tra le quali i giovani sotto vent’anni sono in nettissima minoranza, il che mi pare un particolare tutt’altro che secondario.
Una buona parte dei manifestanti si stacca nuovamente dalla folla di piazza Italia per portarsi alla stazione Centrale, anche qui per occuparla sdraiandosi sui binari, allo scopo di impedire alle FF.SS. di utilizzare questa stazione come capolinea provvisorio dei treni da e per la direzione nord. E infatti, ora il caos ferroviario è completo, poiché non si può certo sopperire con le stazioni di Montesilvano e Silvi. Tra l’altro, se è vero che di notte il traffico passeggeri è molto ridotto, viceversa il traffico merci è intensissimo, per il quale ogni ora di ritardo costituisce un grosso danno economico, specie quando trasportano alimenti deperibili destinati ai mercati del Nord.

Venerdì, 26 giugno, 1970
Sono le 9,30 circa e accade qualcosa che ha dell’inverosimile, e che mai avrei creduto possibile a Pescara: inizia a suonare di nuovo il campanone della torre civica, ma questa volta in contemporanea con le campane di tutte le chiese della città; evidentemente perché Arcidiocesi, Curia e parrocchie sono d’accordo con quanto sta accadendo.
Siamo nel bel mezzo di una città da fantascienza, poiché del tutto diversa da quella a cui siamo quotidianamente abituati; sensazioni straordinarie!… proprio nel senso di “extra-ordinarie”. Non saprei spiegare meglio, ma giurerei di stare “dentro ad un film”. Un emozionantissimo film.
Lo scopo è sempre lo stesso: comunicare alla popolazione che la “rivolta” non solo continua, ma ora entra nel “vivo”, e tutti sono chiamati a partecipare per supportare le ragioni pescaresi.
Quella stessa Pescara che, lo vediamo proprio stamattina, è finita sulle prime pagine di tutti i quotidiani nazionali, oltre che essere notizia d’apertura dei Telegiornali e RadioGiornali. Dunque, abbiamo addosso gli occhi dell’intera Nazione. Ma gli stessi organi di stampa, locali e nazionali, non ancora sono a conoscenza dell’azione clamorosa che sta per essere messa in atto, o molto probabilmente hanno l’ordine di tenerla sotto silenzio per ovvi motivi.

Sabato, 27 giugno 1970
Tutto è pronto per lo svolgimento della seconda grande manifestazione, con l’intervento della politica regionale al completo, ma anche di molti esponenti nazionali, cosa che finisce per accendere ulteriormente gli animi; semmai ce ne fosse bisogno.
Il Messaggero titola: “Da quattro giorni Pescara nel disordine e nella tensione”.
A buttare “un oceano” di benzina sul fuoco arriva l’azione clamorosa di cui si vociferava già ieri pomeriggio, e che volutamente viene programmata per oggi, come una sorta di “anteprima” della manifestazione generale.
Alle prime luci dell’alba, dall’aeroporto si leva in volo un aereo da turismo per effettuare un raid su L’Aquila, organizzato da due giovani industriali, Luca Nicola ed Enzo Tintorelli, insieme a Elio Lamparelli, geometra del Comune. Una volta a destinazione, l’aereo scarica sul centro aquilano 20.000 manifestini riportante la scritta “Pescara Capoluogo-Boia chi molla”, dove “boia chi molla” non si vuole riferire (… forse …) allo slogan dei militanti MSI e FdG, ma al grido di battaglia coniato da Gabriele D’Annunzio in occasione di un’azione del tutto simile da lui compiuta su Vienna nel 1918, e riutilizzato nell’impresa di Fiume dell’anno dopo.
E così, proprio quando la città de L’Aquila si sveglia e le strade cominciano a popolarsi, tutti gli abitanti e i pendolari si ritrovano in mezzo ad un “mare” di manifestini, finiti praticamente dappertutto, in ogni strada, vicolo e piazza del centro abitato.
La notizia del raid arriva a Pescara in tempo reale … anche perché mezza città ne era già “segretamente” a conoscenza e, come facilmente prevedibile, la grande manifestazione degenera di nuovo in violenti tafferugli tra Corso Umberto, Corso Vittorio Emanuele e via Nicola Fabrizi, perlopiù tra dimostranti e alcuni negozianti che si rifiutano di abbassare la saracinesca; ma è chiaramente una scusa per creare casino e panico, ovvero per “avvisare” l’Abruzzo “montano” e (soprattutto) lo Stato centrale che da queste parti non si sta affatto scherzando.
Altri tafferugli scoppiano anche tra gli stessi negozianti, cioè tra i “pro” e i “contro” la chiusura per protesta. In particolare, quelli “contro” vengono visti malissimo (per usare un eufemismo) non tanto e non solo per la volontà di non partecipare alla manifestazione quanto soprattutto perché in questo modo si autodenunciano come “indifferenti” al problema del Capoluogo, e quindi alla Dignità di Pescara. Posizione considerata di gravità assoluta, sebbene spiegabile (anche) con il “semplice” fatto che una buona parte dei negozianti pescaresi sono, in realtà, immigrati dell’ultimo decennio provenienti appunto dall’entroterra abruzzese, soprattutto dalla provincia de L’Aquila; per cui, tutto gli si può chiedere tranne che esprimere una “pescaresità” inesistente, o comunque non di livello sufficiente a lottare.
Sarà anche per questo che, tra un tumulto e l’altro, molti negozi vengono assaltati e completamente saccheggiati.
Gli scontri tra Forze dell’Ordine e manifestanti si estendono a tutto il quadrilatero centrale, ma anche a buona parte di Porta Nuova; in particolare, tra le due stazioni ferroviarie. E questa volta è guerriglia per davvero, perché si sono infiltrati estremisti politici sia di destra sia di sinistra (impossibile negarlo), gli uni più “armati” degli altri, alla maniera di quanto già visto a Napoli prima delle ultime elezioni: tubi di ferro riempiti di cemento, sacchetti pieni di biglie d’acciaio (le palline da flipper), fionde a volontà, aste di legno piene di chiodi, mattoni, pietre e pezzame da poterci aprire un cantiere edile.
La stazione di Porta Nuova è ancora bloccata, quella Centrale addirittura impossibilitata a essere usufruita persino da chi ha regolare biglietto, tant’è che i passeggeri vengono fermati già sull’antistante piazza Repubblica e le biglietterie restano chiuse; chi riesce a prendere un treno compie una vera impresa, di cui vantarsi per tutto il resto della propria vita.
La Celere decide di intervenire energicamente, ma serve solo a peggiorare di molto la situazione perché, com’era evidente, i rivoltosi aspettavano solo questo, essendo “questa” la motivazione primaria degli infiltrati: lotta allo Stato, ovvero ai suoi rappresentanti.
La sassaiola di Porta Nuova è una vera “grandinata”, né poteva essere altrimenti con tutta la massicciata dei binari a disposizione … e costringe tutti i militi a rifugiarsi dentro l’edificio ferroviario (un po’ com’era avvenuto lo scorso settembre nella rivolta di Caserta). I celerini si difendono sparando decine e decine di lacrimogeni, ma si vedono tornare indietro quasi tutti i candelotti. Il passaggio a livello, appena riparato a tempo di record, viene divelto di nuovo e la Tiburtina devastata per oltre un chilometro.
A Centrale è peggio che andar di notte.
In piazza della Repubblica è stato acceso un gigantesco falò, dando alle fiamme qualsiasi cosa di incendiabile capiti a tiro (cartelloni pubblicitari, gomme d’auto, carta, plastica, tendaggi … di tutto). Tieni presente che a pochi metri, proprio all’angolo della piazza, c’è il benzinaio della Total … Mentre tutte le strade attorno sono bloccate da barricate di ogni tipo, soprattutto da auto poste di traverso e/o rovesciate, che di fatto hanno creato una gigantesca isola pedonale “ante litteram”. Altre cariche della Celere sempre più “decise” fino all’una di notte, ma ricevono risposta uguale e contraria; a farne le spese maggiori sono quelli più indifesi, cioè gli estranei al casino e i curiosi.
Il bilancio, purtroppo solo parziale, è di 28 feriti gravi (tra cui 5 agenti del reparto “Senigallia”), 13 arresti (tra cui una donna), 60 feriti non gravi, 120 denunce, danni per almeno 100 milioni di lire; anche se una stima esatta è praticamente impossibile.

Domenica, 28 giugno 1970
Questa mattina al Bar Lucchi (uno dei più importanti e frequentati di Pescara) è in corso una riunione che di certo non si può definire “spontanea”, visto chi partecipa: il proprietario Dario De Cesaris, Angelo Manzo (titolare del negozio “Al Regalo Artistico”), Angelo Ammirati (titolare dell’impresa edile “Jannamorelli”), Pasquale De Leonardis (responsabile dell’associazione “Pescara Nostra”), Veniero De Giorgi (anch’egli esponente di “Pescara Nostra”) e Federico Paludi, uno dei “capi” … se non “il” capo … della rivolta in corso.
Dunque, personaggi notissimi in città e, per l’occasione, esponenti di un gruppo ben più numeroso, tra cui anche Gianni Massascusa e quelli del Circolo Biliardi di via Firenze, tutti in prima linea quando si tratta di “combattere” per Pescara. E ben presto si capisce che la riunione ha il preciso scopo di organizzare il vero assedio della stazione Pescara Porta Nuova, evidentemente perché quello dell’altro ieri è considerato … “di prova”.
Si tratta, dunque, di mettere insieme i “finanziamenti” necessari a comperare fionde, benzina e alcool a volontà. Si parla di circa 200.000 lire; una cifra stratosferica.

Lunedì, 29 giugno 1970
La ritorsione aquilana al raid aereo di sabato mattina è immediata, anche se appare piuttosto “morbida” rispetto a quanto ci si potesse aspettare: tutti i manifestini scaricati dall’aereo “dannunziano” sono stati subito raccolti e, a partire da stamattina, vengono restituiti ai pescaresi, sistemandoli sui tergicristalli di tutte le auto parcheggiate e targate PE, oppure ai semafori principali, approfittando delle code che si formano con il “rosso”.
A Pescara, la settimana ricomincia come prima (ammesso che ci sia stata un’interruzione …), tanto che Il Messaggero titola: “La città in stato d’assedio”, mentre Il Tempo è più specifico: “Gruppi anarchici a Pescara alimentano la guerriglia”.
Gruppi anarchici?… Mah!…
Fatto sta che l’escalation della “durezza” non ha freni e fa registrare altri tre episodi fino ad oggi impensabili per una città come la nostra:

  1. un cospicuo numero di rivoltosi riesce (non si sa come) a salire sulle terrazze del Banco di Napoli e di altri edifici lungo i due corsi della città, e da qui fanno piovere vere e proprie “grandinate” di sassi, bottiglie e sbarre di ferro sui sottostanti uomini delle Forze dell’Ordine, a questo punto in posizione di netto svantaggio. Peraltro, in questi casi anche i lacrimogeni possono ben poco, né è pensabile il contrattacco dei militi su per le scale dei palazzi, perché sarebbe un vero suicidio, oltre che mettere in serio pericolo gli inquilini;
  2. siccome la guerriglia urbana si sviluppa prevalentemente tra le due stazioni, e quindi lungo corso Vittorio Emanuele, al calare della sera vengono dapprima distrutti quasi tutti i lampioni di illuminazione, in modo da oscurare l’intera zona, e poi viene steso un filo d’acciaio ad un metro da terra, legandolo tra i due semafori all’incrocio con via Venezia; il quale filo, come si può intuire, col buio diventa praticamente invisibile. Facile immaginare cosa accade quando le “giulie” della Polizia e le “gazzelle” dei Carabinieri si lanciano all’inseguimento dei rivoltosi proprio in prossimità di detto incrocio … Auto militari che “rimbalzano” da tutte le parti, proprio come le palline del flipper;
  3. il terzo è molto meno divertente, anzi di sicuro comincia a creare più di una seria preoccupazione. La solita soffiata anonima permette alla Polizia di sorprendere sul fatto sei persone, tutti esponenti dei cosiddetti “capelloni”, mentre stanno caricando ben 26 bottiglie “molotov” su una Prinz grigia. L’arresto è immediato, e sventa per un pelo un’azione violenta che finora avevamo solo letto sui giornali, o sentito alla radio, e solo al riguardo di città politicamente molto agitate, come Roma, Milano e Torino. Mai avremmo immaginato che anche a Pescara si potesse arrivare ad un’azione bellica del genere.

Il Governo centrale reagisce di conseguenza, e mette l’intera città in stato d’assedio mandando altri 2.000 uomini delle Forze dell’Ordine a presidiare il quadrilatero interessato (Riviera, ferrovia, viale Muzii, viale Vittoria Colonna). Si sta creando una pericolosissima “gara al rialzo” tra i due schieramenti, e non si sa più dove si andrà a finire, essendo tutto possibile. Basti dire che ho visto la Polizia lanciarsi con le “giulie” a fari spenti e a tutta velocità contro i gruppi di manifestanti!… Roba che se non sei velocissimo a spostarti … Poi però le auto “verdi” sono costrette a fermarsi, sgommano, testacoda e … puntualmente accerchiate, assaltate e distrutte; il più delle volte date alle fiamme.
Questo è il risultato. E non vedo come si possa sperare di averne uno diverso quando sul fuoco viene buttata benzina, anziché acqua.

Martedì, 30 giugno 1970
La riunione (tutt’altro che segreta) di domenica mattina al Bar Lucchi sta generando un putiferio di conferme, smentite e reazioni di ogni tipo. In particolare, Angelo Manzo è l’unico dei “nominati” che protesta vivacemente per assicurare la sua estraneità, avvalorandola con un viaggio a Trieste da dove è appena tornato; prova ne è … o “sarebbe” … una multa (per eccesso di velocità) presa a Grado proprio il 28 giugno. Sono in effetti “due punti” a suo favore, perché ha davvero un ramo della sua parentela a Trieste, e anche … il piede piuttosto “pesante” sull’acceleratore dell’auto.
Pertanto, Manzo chiede immediate scuse pubbliche e rettifica da Il Messaggero che ha pubblicato la notizia.
Entra subito in scena Il Tempo che, manco a dirlo, coglie al volo la ghiotta occasione per scatenare l’ennesima battaglia di una guerra infinita con la redazione pescarese della “concorrenza” e dedica più di metà pagina di cronaca a una inconsueta “arringa difensiva” del notissimo personaggio. Cosa che in realtà non sorprende più di tanto, considerando che fino a qualche anno fa Angelo Manzo dirigeva un’orchestra musicale e, prima ancora, era il distributore pescarese proprio de Il Tempo; per cui, come si può facilmente immaginare, in redazione continua ad avere molti amici pronti a difenderlo in ogni occasione.
Io non so come stiano effettivamente le cose ma, detto tra me e te, spero che Manzo abbia davvero un ruolo attivo e di primo piano in questa rivolta, nel qual caso lo eleggo subito mio idolo. Chiunque si adoperi in difesa di Pescara è e sarà sempre un mio idolo.

Mercoledì, 1 luglio 1970
Poiché la stazione Centrale è ormai diventata lo “snodo” della rivolta, le Forze dell’Ordine si schierano nascondendosi dentro i magazzini dello scalo merci (l’edificio posto alla fine del primo binario, lato sud), pronte ad intervenire per cogliere tutti “di sorpresa”. Ma la sorpresa non funziona proprio per niente, perché la manovra è stata sgamata e addirittura viene ridicolizzata nella maniera più elementare possibile: alle 22,30 in stazione arriva una telefonata anonima che annuncia tre bombe collocate in tre diversi punti dello scalo. In più, il tratto Pescara-Montesilvano è stato minato in un punto, questo sì “a sorpresa”. Risultato: stazione evacuata immediatamente e Forze dell’Ordine appostate dentro lo scalo merci costrette a uscire allo scoperto, di fatto trovandosi subito alla mercé dei rivoltosi che, infatti, … li stavano aspettando! In piazza della Repubblica è un macello, perché sono coinvolte più di 3.000 persone in totale.
Treni di nuovo bloccati a Silvi e Francavilla, ore e ore di ritardo, passeggeri “notturni” esasperati, ma delle bombe nessuna traccia. Naturalmente.
Arriva la mezzanotte, ed è il momento in cui sono attesi gli scontri più feroci con la Celere, poiché nei giorni passati è verso quest’ora che sono sempre avvenuti, perlopiù tra un carosello e l’altro al termine delle partite “mondiali”. Invece, stasera non si muove foglia e allora i manifestanti, sempre più compatti e strafottenti, cominciano a scandire l’ironico: “o-ra-rio-o-ra-rio-o-ra-rio”!
Alle 0,30 viene effettivamente trovato un pacco all’altezza del cavalcavia dell’ex tracciato FEA: è una scatola di scarpe avvolta da giornali, con dei fili elettrici collegati ai binari. La tensione è altissima, sia perché si teme seriamente che non si tratti del solito scherzo, sia perché mancano gli artificieri, né si può pensare di trovarli a quest’ora. Per fortuna, si offrono due volontari della P.S. che, con un sangue freddo da encomio solenne, si avvicinano per staccare i fili e aprire il pacco. All’interno ci sono solo pietre e un biglietto: “Primo e ultimo avviso. La prossima volta troverete una bomba vera”.
Nessuno lo mette in dubbio, vista la piega che sta prendendo la faccenda.

Giovedì, 2 luglio 1970
Esiste una sola possibilità per tentare di porre termine all’escalation di violenze, ed è lo stratagemma utilizzato già in occasione della rivolta a Caserta, che evidentemente ha fatto scuola.
Le persone “giuste” al momento “giusto” spargono appositamente la voce secondo cui il Governo centrale ha preso atto della contestazione (… chiamala contestazione!…) e ha convinto i politici abruzzesi a trovare l’accordo per il Capoluogo di Regione in Abruzzo. Voce che, pur essendo rimasta nel generico, viene subito ritenuta attendibile e interpretata come “pro-Pescara”
Non è assolutamente vero, ovvio, ma il bluff funziona e a Pescara torna la calma dopo una settimana esatta di vera insurrezione, di quelle che nemmeno le menti più fervide avrebbero potuto immaginare per una città che non ha nessun precedente di “agitazione” politica; tutt’altro.
Ci si chiede soprattutto da dove sia saltata fuori questa incredibile organizzazione “bellica” dei rivoltosi, e la spiegazione arriva grazie ad uno scoop de Il Tempo, che riesce a scovare e intervistare “l’ideologo militare” della rivolta, braccio destro di Federico Paludi.
È un ex agente della P.S., non pescarese di nascita ma trasferito a Pescara diversi anni fa dopo aver preso parte ai famosi “disordini della Bicocca” (Milano) ed essere stato licenziato dall’Arma di appartenenza in base all’art. 33 (“scarso rendimento”). Perciò, non gli pare vero di avere un’occasione irripetibile per vendicarsi stando in prima linea a fronteggiare i suoi ex colleghi. Si adopera perciò in due specifiche direzioni:

  • reperisce e distribuisce con relativa facilità materiale come manganelli, scudi ed elmetti;
  • istruisce i rivoltosi su ogni più piccolo segreto delle Forze dell’Ordine, a cominciare dal metodo migliore per rilanciare indietro i candelotti lacrimogeni senza bruciarsi le mani, passando per il filo d’acciaio ai semafori di via Venezia e le terrazze del Banco di Napoli, per finire alle varie “debolezze” dei militi e come prevedere le loro mosse.

A quanto pare, il “corso intensivo” ha dato ottimi risultati …

Venerdì, 3 luglio 1970
La calma sembra sia tornata davvero, anche se la soluzione per il Capoluogo è lontana anni luce. Invece, è vicinissimo il momento di “presentare il conto”, come sempre su doppio fronte.
Dal punto di vista materiale, i fermi e gli arresti provvisori vengono tutti trasformati in mandati di comparizione, anticamera della denuncia vera e propria. E non sono pochi.
Dal punto di vista morale, si scatena la reazione dei commentatori e dei giornalisti “che sanno sempre tutto di tutti”, quelli che “capiscono ogni fenomeno sociale” e per i quali non c’è il minimo dubbio: “I rivoltosi di Pescara sono stati sobillati e pagati”.
Non capisco. Cosa significa “sobillati e pagati”?
Sul Dizionario di Lingua Italiana leggo:
– sobillato: colui che viene aizzato (di nascosto) a compiere azioni e reazioni violente;
– pagato: colui che viene remunerato con una somma di denaro in cambio di un bene materiale o di un servizio.
Forse non si concepisce che ci possano essere delle menti umane funzionanti per proprio conto, senza bisogno di essere “aizzati”?
Forse non si concepisce che si possa esprimere un proprio pensiero, e metterlo in atto, senza essere manipolati e “remunerati”?
Proprio come le macchinette elettroniche di ultima generazione: o inserisci il gettone e premi l’apposito tasto, oppure non funziona.

Mercoledì, 14 luglio, 1970
Sulla scia di Pescara e proprio lo stesso giorno in cui ci fu la “presa della Bastiglia”, scoppia la rivolta di Reggio Calabria, causata dallo stesso identico motivo della “Rivolta di Pescara”, ma con ruoli invertiti e un clima ancor più incandescente, per impossibile che possa sembrare, perché accade che:

  • mentre a Pescara tutto ha origine dal forte “sospetto” sulla nomina di un commissario aquilano;
  • in Calabria, la commissione governativa decide esplicitamente per Catanzaro Capoluogo, accogliendo così in pieno le osservazioni sulla posizione geografica.

Apriti cielo!… e non solo per modo di dire.
Scende in piazza mezza città, nel vero senso del termine, compresi ragazzi, anziani e le tipiche donne vestite di nero che, incredibilmente, sono anche le più attive nell’erigere le barricate.
A capo della rivolta c’è anche questa volta il MSI e il suo maggior esponente locale Ciccio Franco, con l’immancabile slogan “Boia chi molla” che, da Caserta in poi, ormai caratterizza ogni rivolta italiana; ma è notevole (e probabilmente decisivo) l’appoggio dei democristiani. Addirittura, dopo pochi giorni si aggrega anche Lotta Continua con a capo il suo leader Adriano Sofri.
Niente di cui meravigliarsi, trattandosi degli estremisti di Destra e Sinistra, in lotta contro lo Stato, e della “corrente contestatrice” dei democristiani.

Giovedì, 22 luglio 1970
Viene fondato il “Comitato d’azione per Reggio Capoluogo”, che sul proprio manifesto espone quanto segue:

  • “Questa è la nostra rivolta, il primo passo della rivoluzione nazionale”;
  • “Per noi la violenza può essere, come la guerra, necessità durissima di certe determinate ore storiche. Noi siamo violenti tutte le volte che è necessario esserlo. Quando la violenza è risolutiva di una situazione cancrenosa, è non soltanto moralissima, ma sacrosanta e necessaria”;
  • “Viva Reggio capoluogo! Viva la nostra Calabria! Viva la nuova Italia”!

Nessuno lo dice, nessuno lo scrive, ma è opinione comune che le cose (per lo Stato e per l’ordine pubblico) si stiano mettendo male … malissimo!

Gennaio 1971
È passata l’estate, è passato l’intero autunno, ma in Abruzzo continuano a susseguirsi numerose e “calorose” riunioni senza alcun risultato pratico, perché:

  • da un lato c’è il PCI, senz’altro coeso al suo interno nel ritenere che la scelta del Capoluogo debba ricadere su L’Aquila, ma solo dopo averla bilanciata con le esigenze di Pescara. Esigenze ancora tutte da definire;
  • dall’altro lato c’è la DC, alle prese con posizioni molto più ballerine, poiché una fazione piuttosto numerosa insiste per Pescara Capoluogo senza negoziazione, ovvero vuole evitare la classica soluzione “né carne né pesce” … tanto per restare in tema … e finisce per causare la consueta spaccatura in due correnti contrapposte.

Emblematico il caso della DC provinciale di Chieti che, dopo aver fatto fronte comune lo scorso giugno, al fianco delle manifestazioni pescaresi, ora si ritrova divisa tra:

  • una parte a favore de L’Aquila, apparentemente per motivi di “rispetto storico”, in realtà perché si teme che Pescara Capoluogo sia la mazzata finale al declino (già in atto) di Chieti, secondo loro destinata in breve tempo a ridursi “sobborgo” della nascente area metropolitana;
  • un’altra parte la pensa esattamente al contrario: Pescara Capoluogo porterebbe sicuri benefici anche a Chieti, non solo per comodità di “vicinanza”, ma soprattutto per la possibile spartizione di qualche “ufficetto”, e quindi di impieghi; come del resto è già avvenuto con l’Università “G. D’Annunzio”.

Lo scontro tra le due fazioni si acuisce col passare dei giorni, al punto che per ben due volte, in sede di riunione, si arriva addirittura alle mani (e non in senso metaforico).
Una divisione persino logica, se consideriamo che la DC nazionale (al Governo) è da tempo diventata l’emblema mondiale della divisione in “correnti”. E la DC regionale non gli è (ovviamente) da meno, giacché è retta da una sorta di diarchia, formata dagli onorevoli Remo Gaspari e Lorenzo Natali, che “dietro le quinte” non nascondono affatto le loro preferenze, rispettivamente per Pescara e per l’Aquila in piena aderenza ai rispettivi bacini elettorali, mentre a livello ufficiale entrambi preferiscono non esporsi al riguardo della questione, proprio per non compromettere il prezioso e cospicuo “patrimonio” di voti.
Interviene la DC nazionale, nella persona di Arnaldo Forlani, che organizza una riunione “risolutiva” (???) a Roma con i quattro esponenti delle Province abruzzesi; naturalmente senza esito. E allora, sul modello di Ponzio Pilato, Forlani delega ogni decisione ai comitati provinciali, “invitati a vedersela tra loro”.
Così, i segretari provinciali de L’Aquila e di Pescara, rispettivamente Luciano Fabiani e l’avvocato Giorgio Di Carlo, si incontrano “segretamente” a metà strada, all’albergo Tremonti di Popoli, e giungono all’accordo di accogliere le richieste che vogliono il Capoluogo confermato a L’Aquila, ma con una suddivisione di “potere” che soddisfi pienamente Pescara.
La proposta va però ridiscussa coinvolgendo il PCI, con il quale l’accordo è assolutamente necessario se si vogliono evitare sorprese in sede di votazione. E così, grazie alla preziosa intermediazione dello stimato esponente regionale Claudio Petruccioli, viene elaborato lo storico “compromesso L’Aquila-Pescara”, che stabilisce:

  • Capoluogo resta L’Aquila;
  • Giunta e Consiglio si tengono a L’Aquila, oppure a Pescara in caso di maltempo nel periodo invernale o in altri casi di necessità riconosciuta;
  • a Pescara vanno sette Assessorati, peraltro i più importanti poiché sono quelli economici e amministrativi;
  • a L’Aquila restano gli altri tre Assessorati.

Non è affatto ciò che Pescara rivendica, e che sicuramente avrebbe ottenuto (ad esempio, indicendo un referendum, il cui risultato sarebbe scontato), ma si preferisce porre fine alla rivolta e (nonostante tutto) accogliere fraternamente il grido proveniente da L’Aquila: “Se ci togliete il Capoluogo, saremo ridotti alla fame nel giro di pochissimi anni”.
Una “previsione” senz’altro esagerata, ma tutti sanno che non si tratta solo di rivendicare il cosiddetto “pennacchio”, cioè il titolo di Capoluogo di Regione per puro prestigio. C’è di mezzo un ben più importante risvolto economico per una città evidentemente tagliata fuori dallo sviluppo, e che perdendo il Capoluogo perderà anche qualche migliaio di nuovi posti di lavoro, oltre a tutto l’indotto commerciale che procurerebbe il pendolarismo.
Dunque, si ha buona certezza che Pescara Capoluogo finirebbe per spaccare l’Abruzzo in due, ancor più di quanto non lo sia già; con tutte le conseguenze che ciò comporterebbe.

Febbraio 1971
Inizia un mese a dir poco cruciale, sia per l’Abruzzo che per la Calabria.
Si conclude la cosiddetta “rivolta sociale” di Reggio … se “sociale” si può dire … caratterizzata da inaudite violenze sia da parte dei manifestanti che delle Forze dell’Ordine; come del resto s’era capito sin dai primi giorni.
Più che una rivolta, bisognerebbe parlare di una vera e propria guerra civile durata ben otto mesi, della quale la stampa nazionale fa il seguente accurato riepilogo:

  • chiusura continuata di negozi e uffici (comprese poste, banche e Inps);
  • blocco perpetuo di porto, aeroporto e autostrada;
  •  33 blocchi di strade urbane e suburbane;
  • stazioni di Reggio Centrale, Reggio Lido e Villa S.G. occupate per ben 14 volte;
  •  anno scolastico ampiamente compromesso;
  • furioso assalto alle sedi del PCI e del PSI;
  • incendio in piazza dei fantocci col viso di Riccardo Misasi e Giacomo Mancini, esponenti “da novanta” di Dc e Psi, entrambi cosentini e ritenuti le menti dello scippo;
  • 13 attentati dinamitardi;
  • 6 assalti alla Prefettura;
  •  4 assalti alla Questura, di cui l’ultimo mentre al suo interno ci sono centinaia di agenti;
  • un “misterioso” deragliamento del “Treno del Sole” presso Gioia Tauro, per il quale viene fortemente sospettato Ciccio Franco in combutta con la ‘Ndrangheta;
  • 5 morti in totale;
  • duemila feriti tra i manifestanti, di cui dieci persone rimaste gravemente mutilate o invalide;
  • oltre 500 feriti tra poliziotti e carabinieri;
  • un numero imprecisato di feriti (non gravi) che non si sono fatti curare dall’ospedale per evitare la sicura denuncia;
  • 1231 persone denunciate per reati vari, di cui 825 arrestate;
  • danni per alcuni miliardi di lire;
  • autocolonna di militari attaccata da due commandos con le molotov lungo l’autostrada A3;
  • carri armati sul Lungomare e in corso Garibaldi (mai successo in Italia, prima d’ora) per sgombrare le barricate.

Il termine di questo massacro, morale e materiale, arriva nel momento in cui il Governo centrale, presieduto da Emilio Colombo, tira fuori dal cilindro una sorta di “manuale Cencelli” in versione Calabria, subito ribattezzato “pacchetto Colombo” che stabilisce:

  • Capoluogo e Giunta a Catanzaro;
  • a Reggio Calabria vanno il Consiglio, un nuovo centro siderurgico a Gioia Tauro e la Liquichimica a Saline, per un totale di 10.000 nuovi posti di lavoro;
  • Sede RAI e Università a Cosenza.

Reggio accetta, anche per stanchezza e voglia di tornare alla normalità, ma la beffa finale si palesa in breve tempo, poiché:

  • lo sdoppiamento delle sedi regionali diventa da subito causa di enormi sprechi di denaro e di ridiscussione;
  • nella piana di Gioia Tauro vengono distrutti 1400 ettari di agrumeti per far posto al centro siderurgico;
  • per lo stesso motivo, viene raso al suolo l’intero paese di Eranova; e alla fine
  • il centro siderurgico non viene costruito, mentre la Liquichimica non entra in funzione e resta in completo abbandono.

Per cui: zero posti di lavoro.
Viene il fondato sospetto che il … “pacchetto” del Governo Colombo si sia rivelato per il suo significato più “napoletano” e negativo del termine.

Venerdì, 26 febbraio 1971
Tornando in Abruzzo, una volta che DC e PCI hanno trovato l’accordo, a L’Aquila viene convocato il decisivo Consiglio Regionale, che si riunisce presso il Palazzo della Prefettura (sede della Provincia) e che deve finalmente approvare lo Statuto della Regione Abruzzo.
Come da norma, prima della votazione il Presidente è chiamato a leggere lo Statuto davanti all’assemblea consigliare, alla stampa e al pubblico presente, naturalmente accorso in grandissimo numero e già con proposito “battagliero”; si attende solo la scusa giusta per … “farsi sentire”.
La scusa arriva puntuale con l’articolo 2 dello Statuto, che Emilio Mattucci legge: “Il Consiglio e la Giunta regionali si riuniscono a L’Aquila e a Pescara” mentre sul testo c’è scritto: “Il Consiglio e la Giunta regionali si riuniscono a L’Aquila o a Pescara”.
Una “o” scambiata con una “e”, non si sa se per lapsus sincero o voluto, che immediatamente viene corretto dall’urlo del consigliere della DC Benucci, ma il Presidente prosegue la lettura senza correggersi.
Il pubblico non ha dubbi nel ritenere che questa “eguaglianza” tra L’Aquila e Pescara sia solo l’anticamera del futuro spostamento definitivo verso la costa, e innalza il grido: “Vi siete venduti il Capoluogo”!… accompagnato dal lancio di un pomello (strappato dalla tenda) contro il lampadario di cristallo del salone. È il “la” che avvia un fitto lancio di monetine all’indirizzo degli scranni, comunque insufficiente a bloccare i lavori.
Si arriva così alla lettura degli articoli che stabiliscono la spartizione degli Assessorati, vistosamente a favore di Pescara, ed è davvero la goccia che fa traboccare il vaso.
Il Consiglio al completo decide per la non sospensione e si rifugia nell’ufficio del Prefetto dove, dopo alcune ore (a notte fonda), si arriva alla votazione e lo Statuto viene approvato con 38 voti su 40; vota contro solo Ferri del MSI, mentre Susi del PSI si astiene.
I consiglieri e il Presidente lasciano il palazzo da un’uscita secondaria, sotto la protezione della Polizia, mentre il Battaglione Allievi Carabinieri, arrivato da Chieti, si adopera per sgomberare l’aula “più o meno” con la forza. Ad aiutarli provvede un funzionario della Prefettura che cerca di dissuadere i presenti leggendo un comunicato (falso) con cui si annuncia (anche alla stampa) il rinvio del Consiglio all’indomani.
La pietosa bugia sembra funzionare, ma poco dopo una “talpa” sparge la voce sulla verità: la votazione e l’approvazione sono avvenute regolarmente.
È come togliere il tappo ad una diga.

Sabato, 27 febbraio 1971
Sono le ore 4,00 e i primi gruppi di rivoltosi formano le prime barricate con falò e auto rovesciate, allo scopo di bloccare le strade di accesso alla città.
Alle 6,00 si divulga la notizia di un ferreo sciopero generale, che permetterà di restare aperte solo alle chiese e alle farmacie. Per le vie della città i clacson delle auto e i rintocchi delle campane delle chiese annunciano la movimentazione generale.
Tutto esattamente come era avvenuto otto mesi fa a Pescara, che evidentemente dopo Reggio Calabria sta facendo scuola anche a L’Aquila.
Alle 9,00 iniziano le devastazioni. Si assalta la sede della DC (palazzo Ciolina), ma non vengono risparmiate nemmeno quelle del PLI e del PSDI che, come si sa, concorrono a formare il famoso “Pentapartito” del Governo capeggiato dalla stessa DC.
Alle 9,40 migliaia di persone si riversano in piazza Palazzo, per poi spostarsi in via Paganica dove dare l’assedio alla sede del PCI, totalmente devastata poiché si ritiene (a buona ragione) che i comunisti siano stati determinanti nella scrittura della formulazione finale e nell’approvazione dello Statuto.
All’interno sono rinchiusi un centinaio di funzionari e iscritti, che però riescono a uscire incolumi grazie all’intervento del Questore.
Tutti assicurano che si tratta di una sommossa popolare del tutto spontanea, ma non è vero, perché anche a L’Aquila è chiara sin da subito la presenza di agitatori missini venuti da Roma e da altre città dell’Italia centrale. Agitatori che, come si sa, colgono queste occasioni (di grande risonanza) per portare avanti la “strategia della tensione” contro lo Stato, trattandosi dell’unico partito davvero di opposizione, giacché sulla finzione (o apparenza) dello scontro DC-PCI nessuno ha più dubbi.
E’ peraltro molto difficile pensare che una tale organizzazione possa essere frutto della spontaneità, perché i fatti dicono che:

  1. l’unico voto contrario allo Statuto è proprio del MSI;
  2. l’unica sede di partito a non essere stata toccata dai rivoltosi è quella del MSI, che pure si trova a quattro passi dalla Prefettura; viceversa,
  3. la sede maggiormente presa di mira con particolare violenza, è quella del PCI.

e, come si sa, tre indizi fanno una prova.
Alle 10,00 il sindaco Tullio De Rubeis ha la pessima idea di comunicare che l’intera amministrazione si è dimessa e lo stesso ha fatto la giunta provinciale, lasciando così la città senza governo, in balia di sé stessa proprio in piena sommossa. Per cui, il popolo aquilano si sente ancor più calpestato e abbandonato.
Alle 16,00 viene assaltata, devastata e incendiata l’abitazione del segretario democristiano Luciano Fabiani, ritenuto uno dei maggiori responsabili dello Statuto “pro-Pescara” (vedi riunione di Popoli). Nello stesso pomeriggio ci sono tentativi di incendiare anche le abitazioni dei consiglieri regionali Brini del PCI (minacciato con lettere minatorie) e Merli della DC, nonché del sottosegretario agli Interni, onorevole Nello Mariani del PSI, che però ha già lasciato la città a titolo preventivo.
La Celere, nel frattempo chiamata da Roma, evita che queste abitazioni vengano distrutte.
La situazione, tra Corso Federico e Corso Vittorio Emanuele, diventa incontenibile, al punto che i contestatori arrivano ad assaltare persino la Questura senza trovare ostacoli. Per fortuna, l’assalto fallisce grazie al nuovo (ma tardivo) intervento della Celere che, per l’occasione, è costretta ad indossare le maschere antigas.
La Prefettura diviene il centro delle contestazioni, bersagliata da molotov e sanpietrini. La Polizia ricorre ad un corposo uso di lacrimogeni che, però sortisce effetto contrario: ora lo scontro tra i rivoltosi e le forze dell’ordine raggiunge livelli di vero allarme.
Alle 20,30 i contestatori incendiano il distributore di benzina a piazza Duomo, con tutto quel che ne consegue a livello di rischi, per poi riversarsi al vicino negozio del pescarese Vincenzo Monti (abbigliamento); uno dei più lussuosi della città. Sfondate saracinesche e vetrine, i vestiti vengono sparpagliati lungo il Corso e i locali dati alle fiamme.
Lo scontro si attenua verso le 21,00, un po’ per il freddo intenso, molto più perché è la serata finale del Festival di Sanremo 1971 che, ironia della sorte, viene vinto dalla canzone “Il cuore è uno zingaro” … cantata dalla coppia Nicola di Bari-Nada. Si scatenano subito le acide ironie di metà popolazione aquilana verso i pescaresi, ma anche i timori dell’altra metà, che vede in questa vittoria un triste presagio.

Domenica, 7 marzo 1971
Le proteste riprendono nella mattinata di domenica 28 febbraio, ma sono senz’altro in tono minore, e si spengono definitivamente lunedì 1 marzo, quando viene proclamata la fine dello sciopero generale e la riapertura delle scuole.
Il vero ritorno alla normalità si ha però solo oggi, 7 marzo, grazie ad una manifestazione del PCI, con comizio finale di Pietro Ingrao in piazza Duomo. Una manifestazione pacificatoria davvero “strana”, se si considera che proprio il PCI, nella persona di Claudio Petruccioli, è indiziato di essere il vero “colpevole” dello scippo subìto da L’Aquila.

Dopo il comizio, si svolge una cena con tutti gli esponenti politici locali e il capo della Polizia, a seguito della quale anche la Giunta comunale e quella provinciale (che si erano dimesse) rientrarono in carica.

Giovedì, 22 luglio 1971
Lo Statuto della Regione Abruzzo resta nel suo testo originario, perciò subire alcuna variazione conseguente dai cosiddetti “moti aquilani”, né dalla successiva e accesissima campagna di stampa “anti-Pescara” proseguita per molte settimane, senza tuttavia sortire alcun seguito politico.
Per cui, il testo viene definitivamente ratificato il 31 marzo dal Consiglio Regionale, riunito all’interno del forte spagnolo per motivi sia logistici che di sicurezza; ma bisogna attendere oggi per la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, che per un verso mette la parola “fine” ad ogni discussione e per altro verso sancisce lo slogan dell’evento storico più importante d’Abruzzo: “Una mezza sconfitta per L’Aquila, una mezza vittoria per Pescara”.

Conclusione
Un evento storico di netta impronta politica e sociale, ma che a Pescara genera una decisa svolta anche a livello di tifo calcistico, ribadendo la sinergia e lo scambio tra Politica e Calcio che si sta sviluppando in Italia già da diversi anni; soprattutto nelle principali città di Serie A e serie B.
In particolare, abbiamo visto:

  • Enzo Tintorelli, presidente del Pescara Volley e uno dei maggiori esponenti dello sport cittadino;
  • Elio Lamparelli, uno dei fondatori di Telemare, la seconda TV privata di Pescara (dopo TVA), ma la prima in assoluto a dedicare quasi mezzo palinsesto alle vicende Biancazzurre;
  • Angelo Manzo e Gianni Massascusa, i due maggiori esponenti del tifo “ultras” moderno a Pescara;
  • Veniero De Giorgi, fondatore di Teleabruzzo (prima TV privata della regione) e grande promotore di Pescara all’estero, nonché esponente della tifoseria Biancazzurra di Pescara Vecchia;
  • il Circolo Biliardi di via Firenze, storico ritrovo di “attivisti” e, allo stesso tempo, quasi tutti componenti del gruppo-capo dei primi Fedelissimi (1972);
  • il Bar Lucchi, uno dei più importanti e frequentati dalla tifoseria biancazzurra di Pescara Centrale (insieme al Bar Tempera, al Bar D’Amico e al Bar D’Alessandro, “antenato” del nascente Excelsior);
  • “Al Regalo Artistico” di Angelo Manzo, ufficialmente negozio di preziose ceramiche, in realtà a tutti gli effetti “sede e ritrovo” di movimenti in appoggio a qualsiasi causa si chiami “Pescara”;
  • lo slogan “o-ra-rio-o-ra-rio-o-ra-rio” già in uso da anni all’Adriatico, dove viene scandito dalla tifoseria negli ultimi minuti della partita (con il pubblico già tutto in piedi) per “informare” l’arbitro che il 90° è già scoccato e per invitarlo a fischiare la fine … se il Pescara sta vincendo (specie se con un solo gol di scarto);
  • l’accensione dei falò, che al tempo della “rivolta” è già un’usanza negli stadi italiani, dove a fine partita si usa accendere numerosi falò (nei diversi settori dello stadio), attorno a ciascuno dei quali si raduna un capannello di tifosi che si sofferma a commentare la partita;
  • utilizzo dell’abbigliamento e del simbolismo politico-militare da parte degli ultras calcistici;
  • la stessa definizione di “ultras” è mutuata dalla politica, che con il termine latino “ultra” (poi francesizzato con “ultrà” della rivoluzione del ’68) indicava l’estremismo (realizzazione di un’idea netta e precisa, senza compromessi);
  • i caroselli di automobili a clacson spiegati, che il calcio ha introdotto per festeggiare e la politica riprende per “riscaldare” la cittadinanza e chiamarla a raccolta;
  • la “guerra” tra le redazioni locali de Il Messaggero e Il Tempo trasferita di sana pianta dalle vicende politiche allo “scontro” calcistico che, nel caso specifico di Pescara, degenera in un vero “derby” stracittadino (i cui effetti sono però solo positivi);
  • “sobillati e pagati” … un “pensiero” (chiamiamolo così) che qualche ben individuato giornalista non esita a trasferire dai rivoltosi per il Capoluogo ai … “rivoltosi” della Curva Nord; e comunque a chiunque non abbia la loro stessa visione delle cose.

Si può tranquillamente dire:

  • “dalle piazze alla Curva” e “dalla Curva alle piazze”; senza timore di esagerare, perché in entrambi i casi si tratta di un popolo che lotta
  • a difesa del Nome e dell’Onore di Pescara,

indipendentemente da quale sia il “campo” di battaglia.

Un interscambio che costituisce a tutti gli effetti il seme da cui nascerà la “quercia” del Pescara Rangers, con le sue massicce radici e tutte le ramificazioni, appartenenti sempre e comunque allo stesso, unico e inattaccabile tronco.
Gabriele (“Gaby”) Orlando 
[estratto dal (mio e vostro) diario del PESCARA RANGERS] 
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